Che cos’è Alcova? Un sexy shop o un fetish shop?

31 Luglio 2009

Molte persone ci hanno chiesto in questi anni quale sia per noi la differenza tra un sexy shop e un fetish shop come siamo noi.

Beh, le differenze ci sono anche se spesso dall’esterno tutto sia visto come un grande miscuglio. Nel nostro fetish shop non abbiamo materiale pornografico come video, dvd, riviste pornografiche. Non abbiamo nulla in contrario all’utilizzo di questi articoli per la masturbazione o per rendere più piccante il rapporto di coppia, ma semplicemente riteniamo che questi articoli non permettano a noi di distinguerci dai competitor. I film sono gli stessi e lo stesso dicasi per le riviste.

Resta comunque difficile spiegare che cosa sia un fetish shop, visto che non ne esistono altri in Italia (se non qualche rarissimo esempio, come Sexsade di Milano). Ecco perchè spesso oltre a fetish shop ci definiamo un sexy shop specializzato in fetish e bdsm. Quasi tutti hanno idea di cosa sia un sexy shop (eppure quasi tutti dicono di non esserci mai entrati… strano eh?) quindi è più facile partire da quello e dire: noi siamo un sexy shop che però non vende pornografia, ma che invece vende abbigliamento sexy, scarpe e stivali, sex toys e strumenti e accessori per gli amanti del bondage, della dominazione, del sadomaso.

Quindi niente film porno ma più spazio a calze, corsetti e abbigliamento sexy per una serata intrigante con il proprio partner, magari abbinati ad un sandalo elegante e con l’aggiunta di una benda, corde e qualche altro accessorio fetish.

Il nostro negozio è un ambiente piacevole e neutrale dove poter trovare qualcosa per stuzzicare la propria fantasia e quella del proprio partner. Ci sono moltissime coppie

David Carradine vittima di un gioco erotico?

5 Giugno 2009

David Carradine

David Carradine

L’attore David Carradine è stato trovato morto impiccato con una corda di una tenda nella sua stanza del Park Nai Lert Hotel di Bangkok, in Thailandia, in cui risiedeva per girare un nuovo film. A scoprire il corpo dell’attore 72enne sono stati i membri della troupe stessa, dopo che Carradine non si era presentato a cena.

I quotidiani locali hanno ipotizzato il suicidio, visto che il corpo non presentava segni di colluttazione. Ma alcuni dettagli fanno anche prendere in considerazione seriamente l’ipotesi che l’attore possa essere stato vittima di un gioco autoerotico visto che, come ha dichiarato in una conferenza stampa il generale Worapong Siewpreecha, della polizia di Bangkok il corpo è stato trovato «con una corda intorno al collo ed una intorno agli organi genitali. Le due funi erano poi attaccate a un attaccapanni nella sua stanza».

«In queste circostanze non possiamo essere certi sia stato un suicidio, ma potrebbe essere morto masturbandosi», ha aggiunto il generale.
L’agente di David Carradine, Chuck Binder, ha precisato che sono in corso indagini per accertare la causa della morte. Nessun comunicato ufficiale, ancora, da parte della famiglia.

Che cosa succede quando una celebrità muore per un gioco autoerotico di questo genere? Di solito la cosa viene considerata una delle tante stranezze di cui artisti, attori, cantanti sono pieni. C’è chi muore per un’overdose di farmaci o di droghe e chi perchè non ha gestito bene l’appendersi per il collo e i testicoli nell’armadio di una camera di hotel. Purtroppo quando cose di questo genere succedono invece ad un comune mortale vengono spalancate le porte dell’inferno e la dannazione eterna è assicurata. A nessuno infatti è concesso di fare queste cose prima di aver venduto milioni di dischi o di aver ottenuto qualche Oscar: quelli si che sono dei lasciapassare per il paradiso, altro che la libertà di esprimere le proprie passioni e pulsioni sessuali.

Mi dispiace per Carradine, ma nè più nè meno di quanto mi dispiacerebbe per qualsiasi altra persona morta nelle stesse circostanze.

Il breath play è uno dei giochi erotici o autoerotici con il più alto tasso di mortalità e i suoi rischi vengono spesso sottovalutati. Ma basta davvero poco a trasformare il soffocamento in un omicidio o suicidio. Ricordatevelo.

I rischi del cockring

14 Maggio 2009

Dal sito de “Il Messaggero”:

ROMA (13 maggio) - Giocare va bene, soprattutto fra partner, ma non quando per migliorare la prestazione si rischia addirittura di perdere l’attributo. Forse questo non l’ha considerato un uomo di 35 anni che, durante una notte trascorsa a base di sesso e giochi erotici vicino a Bracciano (Rm), ha avuto un brutto incontro-scontro con un “ninnolo” d’acciaio, un anello, che si è incastrato intorno al suo organo genitale. Il 35enne ora rischia di perderne per sempre la funzionalità.

L’uomo si è presentato l’altra notte al “Padre Pio” di Bracciano sconvolto e in preda ai dolori con il pene incastrato nell’anello d’acciaio. I medici hanno constatando la formazione di un grosso edema responsabile del rigonfiamento che impediva la fuoriuscita dell’anello.

A quel punto non è rimasto che chiamare i vigili del fuoco i quali, sotto la supervisione dei sanitari, hanno tentato, senza successo a causa del rischio di tagliare parti anatomiche, di spezzare il fermo d’acciaio.

Fallito il primo tentativo, i vigili hanno a loro volta chiamato i colleghi perché portassero al pronto soccorso degli attrezzi più consoni al delicato intervento. Neppure così sono però riusciti a rompere l’anello. Allora i medici del pronto soccorso hanno imbarcato sull’ambulanza il 35enne e lo hanno trasferito in ospedale per un delicato intervento chirurgico.

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Ora, per me che i cockring li vendo, mi sembra davvero strano che una persona utilizzi un cockring in metallo senza sapere quello che fa, anche perchè ci sono moltissime alternative “entry level” anche molto meno costose.

Un cockring è fondamentalmente un anello che si posiziona alla base del pene o anche attorno ai testicoli, in modo tale che quando si ha un’erezione il sangue defluisce più lentamente e quindi la si riesce a mantenere più a lungo e più facilmente. Ci sono quelli in pelle costruiti da una striscia con dei bottoni a pressione che possono essere aperti in qualsiasi momento, ci sono quelli in elastomero (una gomma molto…. “gommosa”) che possono essere allargati per essere sfilati. E poi ci sono quelli più “professionali” in gomma o in metallo che possono essere inseriti solo con il pene a riposo e che quindi possono essere sfilato solo quando il pene è di nuovo flaccido.

Nel caso in questione credo proprio che il tipo abbia utilizzato un cockring decisamente TROPPO piccolo, che ha portato ad un blocco completo del deflusso del sangue, impedendogli quindi di tornare ad avere un pene flaccido e porterlo sfilare. Un pò come quelle signore che si ostinano ad indossare una 42 per poi veder inesorabilmente saltare cuciture, zip e bottoni!

Chissà se un’immersione prolungata in acqua gelida avrebbe potuto contrastare l’effetto del cockring.

Spero solo che comunque il tipo stia bene e che siano riusciti a salvargli… il cockring!

Sesso troppo focoso? In prigione e senza passare dal via!

28 Aprile 2009

LONDRA - Una donna inglese di 48 anni, Caterine Cartwright, è finita in carcere per aver ignorato un’ordinanza che le imponeva si smetterla di fare eccessivamente rumore durante i rapporti sessuali con il marito. I suoi vicini a Washington, nel Wearside, si erano lamentati molte volte con le autorità del fatto che il letto sbattesse rumorosamente contro il muro durante gli amplessi, conditi con urla e gemiti ad alto volume. Il 17 aprile, un giudice aveva emesso un ‘asbo’ (ingiunzione contro i comportamenti antisociali), che le imponeva di non fare rumore in quei momenti per quattro anni, ovunque si trovasse in Inghilterra. Ma in soli 10 giorni, per ben tre volte Caroline ha turbato i vicini con pratiche rumorosissime insieme al marito Steve nelle prime ore del mattino: la polizia ha constatato la violazione dell’ordinanza e l’ha arrestata. Resterà in cella fino al 5 maggio, poi ci sarà il processo. 

Ora, la domanda sorge spontanea: ma come mai è stata condannata solo Caroline e non anche il marito? Dopotutto se non altro è responsabile di “istigazione a delinquere”!!

Un vigliacco di nome Arthus

22 Aprile 2009

ho incontrato un altro dom di questo sito di recente. l’ho incontrato perchè ha interferito pesantemente in una mia relazione e chiedevo a lui conferma di alcune cose.

Mi chiedo con quale diritto, caro Arthus, tu abbia potuto trasformare un messaggio che ti ha inviato la mia compagna in modo da stravolgerne il significato e a presentarmelo così modificato nella sostanza semplicemente per pararti il culo?

Pensi di avere la coscienza pulita? Sei solo un piccolo uomo che ha avuto l’occasione di divertirsi a sporcare quello che non avrebbe mai potuto sognare nemmeno di toccare. Sporcare con la tua meschinità, vigliaccheria e con le tue menzogne.

Non hai avuto la sensibilità di chiederti all’inizio se stavi effettivamente interferendo con una storia di oltre 6 anni dopo pochi giorni che ci eravamo separati. Non hai avuto l’onestà d’animo per farti da parte quando lei ha scelto di tornare da me e ora quest’ultimo affronto cercando di coprire le tue colpe con ulteriori menzogne. Quando ti ho chiesto se lei ti dava ancora del Lei anche dopo che tu avevi colto al volo un falso pretesto per allontanarla perchè cominciava ad essere troppo complicata da gestire, mi hai giurato e spergiurato che non lo faceva più. Che poi in fondo anche un’altra tua amica ti dà del Lei e ti chiama Signore, non rendendoti conto che così dicendo non facevi altro che sminuire il valore che dai ad un gesto di sottomissione così profondo e sincero semplicemente perchè per te è un gioco superficiale… poco più di un soprannome. Hai giurato e spergiurato che non era vero.. che lei aveva smesso di darti del Lei, che tu non lo volevi, che anzi… eri lì a parlare con me perchè le volevi bene e sapevi quanto lei ci tenesse.

Vorrei che tutti sappiano la VERITA’, caro Arthus, e che leggano e capiscano da soli come tu abbia cercato di manipolare la verità a tuo uso e consumo.

Ecco il testo del messaggio che tu mi hai mandato spacciandolo per vero:

Posso solo dire grazie di nuovo. Ieri Stefano mi ha ascoltato un pò anche se è stato faticoso. Credo che almeno abbia cominciato capire quanto il mio rapporto con te è stato importante per mee he nn era semplice dare del lei o chiamarti Signore Ed invece questo era il messaggio originario:

Lui è testardo come non so cosa. Anche se sembra che non ascolta, che rifiuta tutto, l’informazione entra in quella testa e con tempo viene processato e valutato per quello che sia. Quello che voglio dire è che non so come lui risponderà mentre parlate (spero solo che la sua rabbia non prende il sopravento) ma credo che abbia bisogno di sentire certe cose e so quanto tu sia bravo capire

cosa io desideri realmente(anche quando sono cose che uno nn vuole sentire)Nn immagino sia un aperitivo divertente per te per questo ti ringrazio..Aiutarmi a tornare con lui sarebbe il regalo più bello che tu vuoi farmi.

E finirò i libri con calma. :)

Ciao

 

 

 

Posso solo dire grazie di nuovo. Ieri Stefano mi ha ascoltato un p� anche se � stato faticoso.  Credo che almeno abbia cominciato capire quanto il mio rapporto con Lei � stato importante per me e che non era un semplice fatto di farmi usare o qualcosa di genere. Lui � testardo come non so cosa.  Anche se sembra che non ascolta, che rifiuta tutto, l’informazione entra in quella testa e con tempo viene processato e valutato per quello che sia. Quello che voglio dire � che non so come lui risponder� mentre parlate (spero solo che la sua rabbia non prende il sopravento) ma credo che abbia bisogno di sentire certe cose e so quanto Lei sia bravo a far entrare certi concetti nella testa (anche quando sono cose che uno non vuole sentire).  Non immagino che sar� un apperitivo divertente per Lei….grazie, veramente. Credo che sia il regalo pi� bello che potrebbe farmi.

E finir� i libri con calma. :)

un bacio

Pensavi davvero di potermi ingannare così? Ti credevi così furbo? Forse sei riuscito ad ingannare chi era stanca e depressa ed era fragile e spaesata. Ma ciò nonostante è stata proprio lei a darmi il testo originale e a confermare quello che io dentro di me già sapevo.

Volevi solo coprire le tue responsabilità per aver approfittato della situazione e aver perseguito prevalentemente i tuoi interessi. Il bene che hai fatto era strumentale ai tuoi obiettivi… una sorta di balzello da pagare per ottenere da lei quello che volevi.

Ti sei rivelato come una persona meschina e non meritavi affatto le attenzioni ricevute. Non avrai mai nè la mia comprensione per quello che hai fatto. Non ci sono ragioni valide per creare menzogne e pensare di essere così superiori da poter interferire e giocare con i sentimenti degli altri.

Io preferisco di gran lunga una brutta verità ad una bella bugia. Tu hai dimostrato di non avere gli attributi per meritare non solo di essere un dominante, ma nemmeno un uomo.

Vergognati.

Il Leitmotiv Della Mostra Di Venezia? Spanking e Sadomaso

16 Settembre 2008

Da Adnkronos del 30 agosto:

Il leitmotiv della 65esima Mostra di Venezia? Le sculacciate. Si parte con la sigla di Ermanno Olmi, che riprende L’arroseur arrose’ dei Lumie’re per offrire un ralenti di affettuoso spanking, che termina con i caratteri “schizzati” dell’edizione 2008. Secondo il daily cinematografo.it, lo spanking ritorna anche nell’inaugurazione del concorso, ‘Jerichow’ di Christian Petzold, con la povera Nina Hoss che le prende senza troppi fronzoli dal marito (spanking non richiesto) e ripaga con un bel morso l’amante.

E che dire, pur se di sculacciate non si tratta, della “fucking machine” che George Clooney costruisce in cantina nel ‘Burn After Reading’ dei Coen? Se non bastasse, spanking a parte, Takeshi “Machisu” Kitano si fa quasi affogare dalla consorte per ritrovare l’ispirazione artistica in ‘Achille e la tartaruga’, per poi ripagare l’affezionatissima consorte facendola picchiare da un pugile professionista.

Via libera al sadomasochismo, dunque, che ritorna nelle ferite che Charlize Theron si autoinfligge in ‘The Burning Plain’ di Arriaga (la sua piccola compagna di ruolo, del resto, regala e si regala un branding). Ma il piatto forte deve ancora arrivare: la nouvelle cuisine di Barbet Schroeder con il competitivo ‘Inju’. Tra alluci succhiati, bondage di alto bordo e spanking vario, ce n’e’ per tutti i gusti.

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Beh, in effetti che il mondo del BDSM (anche se si ostinano a chiamarlo “solo” sadomaso) si stia affacciando sempre più su vari media, era un fenomeno tangibile già da un pò di tempo. Pubblicità, spot, videoclip avevano già più volte sconfinato in questo territorio. Anche il cinema aveva già esplorato le dinamiche dei rapporti bdsm fin dagli anni ‘70 con il celeberrimo “Histoire d’O” e, più di recente, con “Secretary”.

Finchè morte non vi separi…

9 Settembre 2008

E’ di ieri la notizia di un giovane transessuale di 19 anni morto nelle vicinanze di Bologna. Di 19enni morti purtroppo ce ne sono tanti ogni giorno. E anche la morte di un trans ormai non fa più notizia.

Quello che ha colpito, in questo caso, è stato il fatto che presumibilmente la morte è avvenuta a seguito di “un gioco erotico di sottomissione”. Come al solito quello che fa notizia non è la tragedia della morte in sè, ma il fatto che la morte sia stata la conseguenza (o se volete, la giusta punizione divina) per chi si avventura in questi tipi di giochi.

Chiariamo alcune cose: 

  • gli incidenti possono avvenire anche ai più esperti, anzi, è proprio quando si cerca di raggiungere il proprio limite che il rischio aumenta. Nel BDSM come in qualunque altra attività umana.
  • è più facile che un incidente avvenga a chi non ha le dovute conoscenze e si avventura in pratiche poco familiari
  • la responsabilità di quello che si fa, visto che nel BDSM si parla di consensualità e di RACK (Risk Aware Consensual Kink), a mio parere, va ripartita tra entrambi. Un sub che chiede di fare un’attività estrema (es. breath play) deve essere altrettanto consapevole di quello che fa e di quali sono i rischi di chi è dominante. Prima di un’attività dovrebbe esserci (soprattutto agli inizi di un rapporto, quando ancora non ci si conosce a fondo) la fase di “negoziazione”, ovvero il momento in cui si dichiara cosa si vuole e cosa si è capaci di fare e fin dove si è pronti ad arrivare.

Non mi stupisce leggere che la parte attiva di questo gioco finito in tragedia, fosse in effetti stato “introdotto” alle pratiche BDSM dalla vittima. Una forma di topping-from-the-bottom (dominazione dal basso), ovvero il sub che detta le regole e spinge il dom oltre i suoi limiti/capacità. In effetti il dom non aveva l’esperienza e la capacità di analisi per valutare i rischi e riconoscere le criticità al loro insorgere.

E’ come se un genitore regala ad un neopatentato un bolide da 500 cavalli e andando a fare un giro con lui gli dica “dai… vai più forte”. Se c’è un incidente di chi è la colpa? Certo, un ragazzo con un minimo di sale in zucca non avrebbe accettato di salire su una macchina di quel tipo senza la dovuta esperienza e comunque avrebbe evitato di lanciarla a tutta velocità.

Mini trattato sull’obbedienza

2 Settembre 2008

L’obbedienza, per chi si interessa di BDSM è sicuramente uno degli argomenti più interessanti. Però questa volta ho voluto soffermarmi e riflettere su quanti tipi di obbedienza esistano e su quali siano le caratteristiche di questi tipi. Non solo, ma una delle cose più interessanti di questa riflessione è stata valutare “a chi giova l’ubbidienza”, ovvero chi dei due attori (chi comanda e chi obbedisce) trae il maggior profitto dal fatto che un ordine venga eseguito.

Perchè si obbedisce?
Le ragioni possono essere varie: perchè si è obbligati a farlo, perchè si desidera farlo, perchè si ha paura delle conseguenze o perchè conviene farlo.

A chi conviene obbedire?
Per quanto strano possa sembrare, a volte chi trae i benefici dall’obbedire non sempre è chi dà i comandi.

Ecco i vari tipi di figure e di rapporti in cui si può declinare l’obbedienza.

1) IL COMANDANTE
E’ il caso in cui uno dei due ha un potere riconosciuto e consolidato che vincola l’altro all’obbedienza, come avviene nella catena di comando militare. Il superiore ha la responsabilità totale delle sue decisioni e il compito del subordinato è quella di eseguire gli ordini.
L’obbedienza in questo caso è cieca. Non è necessario che il subordinato conosca tutte le sfaccettature e i dettagli del caso. A lui viene comunicato quello che egli deve fare, non il perchè. L’obbedienza si basa sull’autorità di chi impartisce l’ordine. Si obbedisce perché si è obbligati (che è diverso da essere costretti) a farlo dalla struttura stessa del gruppo in cui ci si trova e dagli obblighi che ci si è assunti con un contratto o un giuramento ad una legge o un codice.
Problematiche possibili:
Esiste comunque la possibilità per chi obbedisce di rifiutare un ordine se questo è palesemente illegittimo (ovvero viola delle norme superiori, es. diritto internazionale) e addirittura può arrivare ad autorizzare il subordinato a sollevare il superiore dal comando.
La nozione di ordine illegittimo è rilevante per la valutazione di colpevolezza e tale illegittimità va valutata e definita alla luce del diritto applicabile in quella situazione (es. diritto internazionale di guerra). Infatti possono essere evidenziati alcuni parametri che escludono il vincolo di obbedienza all’ordine superiore:
a) la gravità dei fatti e la manifesta contrarietà di un ordine alle norme (es. ti ordino di sparare ad un prigioniero inerme)
b) la “mens rea” del subordinato, se questo non si limita ad eseguire l’ordine ma lo condivide e dunque ha un atteggiamento di compartecipazione attiva. Questo punto ha tanto più valore quanto maggiore è il rango del subordinato e quanto minore è la differenza di rango tra lui e il superiore (un generale che dà un ordine ad un soldato semplice è diverso da un tenente che dà un ordine ad un caporale)
c) la valutazione delle conseguenze cui sarebbe andato incontro il sottoposto qualora, in difetto della ‘mens rea’, si fosse rifiutato di eseguire l’ordine, sebbene illegittimo. Che sarebbe successo al sottoposto? Avrebbe solo ricevuto una punizione? O a causa del suo mancato rispetto dell’ordine avrebbe compromesso la missione?
Il profitto per la buona riuscita dell’ordine è diviso tra il comandante e chi esegue l’ordine. Il successo di una missione porta onore ad entrambi. Ma può succedere che il fallimento sia attribuito unicamente ad uno dei due (es. al comandante per un errore nell’impostare la strategia o al soldato per codardia).

2) IL NAVIGATORE
E’ il caso in cui uno dei due possiede delle nozioni o informazioni che condivide con l’altro secondo una metodologia convenzionale (parole, scritte, segnali) e che quest’ultimo deve elaborare e per prendere decisioni che coinvolgono entrambi. E’ un discorso applicabile, per esempio, ai piloti di rally, a quelli di alcuni caccia militari, a chi aiuta qualcuno a fare una manovra, etc.
Chi esegue materialmente le azioni si fida delle informazioni ricevute perché non è in grado da solo di ottenerle (es. se faccio retromarcia, c’è un ostacolo che non riesco a vedere? Che tipo di tornante deve impostare il pilota dell’auto da rally?).
L’obbedienza è utilitaristica e finalizzata ad un bene comune. Entrambi contano di dare/ricevere informazioni corrette e di elaborarle al meglio delle loro capacità per ottenere lo scopo comune.
Problematiche possibili:
Sia il navigatore che il suo compagno (il “pilota”) possono incorrere in una serie di errori: le informazioni disponibili al navigatore non sono complete, non le sa interpretare, non le sa o non le riesce a trasmettere/comunicare; il pilota non le comprende, non le elabora correttamente.
Chiave importante è quindi è il nodo “comunicazione navigatore-pilota” che diventa l’anello debole della catena di passaggio delle informazioni.
Ci possono essere anche casi di “dolo” ovvero dove il navigatore volontariamente dà informazioni errate o il pilota volontariamente ignora le informazioni corrette. Ma visto che le conseguenze ricadono su entrambi questa casistica la vedo estremamente improbabile.
Il profitto è soprattutto di chi si lascia guidare, perché fornire delle istruzioni (essere la “guida”) viene percepito come uno strumento per raggiungere lo scopo. Si presuppone infatti che la guida si comporti altrettanto bene con chiunque altro (salvo il caso del dolo).

3) L’ALLEATO
In questo caso le due persone agiscono autonomamente al raggiungimento di un comune obiettivo. E’ il caso di un compagno di gioco (es. il doppio nel tennis) o di un collega di lavoro su cui non abbiamo alcuna gerarchia.Entrambi confidano che l’altro si impegnerà al massimo delle sue possibilità anche se nessuno dei due ha modo di verificarle o di sostituirsi a lui.
In questo caso si obbedisce solo a delle regole esterne (es. le regole del tennis o l’etica professionale) e si cerca di raggiungere il miglior risultato possibile senza che nessuno degli attori abbia il pieno controllo delle informazioni o delle azioni.
Anche qui l’obbedienza è utilitaristica (ovvero è finalizzata al raggiungimento di un obiettivo specifico), ma differisce dal caso precedente perchè l’obiettivo può essere raggiunto (o fallito) in infiniti modi possibili.
Si obbedisce perché conviene farlo. Riprendendo la teoria dei giochi, si potrebbe dire che le possibilità di vittoria sono maggiori se si decide di assecondare il partner e lavorare in sinergia piuttosto che lavorare in competizione. Anche qui il profitto è ripartito tra entrambi, ma può esserci solo la vittoria o la sconfitta per entrambi. Non è possibile che solo uno dei due partner raggiunga lo scopo.

4) IL LEADER/GURU
E’ il caso in cui l’autorità viene attribuita direttamente dall’altra persona senza che vi sia un riconoscimento dall’alto/esterno come nel caso del Comandante, anche se spesso il Leader richiede un’obbedienza assoluta da parte degli adepti. Quindi ad essere importanti non è il “ruolo”, l’”etichetta”, quanto il carisma personale. A differenza del Comandante, infatti, il Leader, se viene sostituito può non avere altrettanta capacità di imporre la sua volontà (se viene sostituito un Comandante in ambito militare, i soldati hanno comunque l’obbligo di obbedirgli nella stessa misura in cui obbedivano a quello precedente)
Si obbedisce perché si desidera il bene del leader e perché si è convinti che una sua vittoria personale porterà benefici diretti ed indiretti anche a noi stessi e si arriva a fare sacrifici perché lui possa raggiungere il suo obiettivo. In questa dinamica il profitto è sbilanciato a favore del leader, che sfrutta le risorse messe a disposizione dei suoi adepti (tempo, denaro, conoscenze, capacità, etc) per raggiungere i suoi scopi. Solo in un secondo momento (ma non vi è alcuna garanzia che ciò accada), i benefici ricadono sui suoi sostenitori.

Un nuovo processo per Glenn Marcus

2 Settembre 2008

Glenn Marcus è un nome che qui in Italia si è sentito poco. Eppure negli Stati Uniti ha sollevato un gran polverone nella comunità BDSM. Glenn era stato accusato da una sua slave e condannato a 9 anni per “forced labor” e “sex trafficking“. I fatti sono, come spesso succede, quantomeno nebulosi. Glenn conosce nel 1999 una ragazza, Jodi, su una chat e si incontrano per una prima sessione bdsm, a cui ne seguono altre, al punto che Jodi, dopo alcuni mesi, decide di trasferirsi a vivere da un’altra schiava di Glenn, per potergli stare più vicino. E nei mesi successivi Glenn continua ad avere incontri a fondo bdsm con entrambe e a farsi aiutare da loro nella gestione del suo sito Slavespace.com, scrivendo pagine, racconti e anche facendosi riprendere in fotografie pubblicate sul sito. Ma ad un certo punto Jodi comincia ad avere paura e a temere di non poter lasciare Glenn e interrompere la relazione. Si trasferisce a New York con un’altra schiava di Glenn (ma quante ne ha??) e dopo altro tempo torna a vivere da sola (sono passati 2 anni abbondanti dall’inizio della loro relazione). Mantiene i contatti con Glenn nella speranza di poter mantenere un certo controllo sulle foto che sono in suo possesso, fino a quando, 2 anni e mezzo dopo la fine della loro relazione, non si rivolge all’FBI sostenendo che era stata torturata (ma va?), obbligata a lavorare sul sito (pena ulteriori punizioni corporali…) e minacciata di inviare copia delle immagini alla sua famiglia.
Il tribunale d’Appello però ha stabilito che il processo si dovrà svolgere nuovamente perchè la legge a cui si faceva riferimento (Trafficking Victims Protection Act) era entrata in vigore solo nel 2000.

Mamma, ho dimenticato il costume…

23 Agosto 2008

Cosa spinge alcune migliaia di persone a passare le proprie vacanze in una piccola cittadina francese sul mare quasi al confine con la Spagna? O meglio, cos’ha questa cittadina di così speciale da attrarre ogni anno un numero sempre crescente di persone visto che il mare non è né meglio né peggio di quelli di tanti altri posti? Noi di Alcova abbiamo voluto scoprirlo e quest’anno ci siamo organizzati per investigare su questo mistero e così io, vanja e la schiavetta siamo partiti verso questa avventura armati di creme solari e asciugamano.

Se il posto di cui si parla è Cape d’Agde le ragioni sono subito evidenti… almeno se di Cape d’Agde e delle sue meraviglie ne avete sentito parlare prima.

Un piccolo villaggio naturista è diventato la meta di pellegrinaggio di famiglie, coppie giovani e non, gruppi di amici e amiche che per alcuni giorni vengono qui soprattutto per liberarsi di vestiti e inibizioni: infatti quello che distingue Cape d’Agde da altre spiagge o resort naturisti (per lo meno qui in Italia) è che naturismo e trasgressione convivono senza creare problemi o traumi. A nessuno.

 

Di giorno è normale vedere quasi tutti gironzolare tranquillamente nudi in spiaggia, ma anche al bar, al supermercato o al ristorante. Dopo l’imbarazzo iniziale che coglie inevitabilmente chi non è mai stato in un campo nudista, nel sentire l’aria su zone del corpo che normalmente sono coperte, quasi non ci si fa più caso e si torna ad avere un comportamento normale, a chiacchierare con il vicino di ombrellone o ad entrare in un negozio per curiosare un po’ tra souvenir e cartoline. Di giorno Cape d’Agde mostra il suo lato naturista nella maniera più… naturale possibile. Certo, ci sono zone sulla spiaggia dove ci si può lasciare andare in effusioni di coppia o di gruppo, ma è anche vero che sono zone ben note a tutti e da cui, chi non gradisce, si tiene a distanza: d’altronde non è difficile notare quegli improvvisi assembramenti di 40 o 50 persone che si accalcano nell’acqua bassa per vedere la ragazza di turno esibirsi in qualche fellatio e magari riuscire anche ad essere coinvolti sull’onda -è il caso di dirlo- dell’eccitazione.

Ma per lo più la spiaggia di Cape d’Agde è frequentata da chi vuole semplicemente godersi il sole e il mare (freddino, ma sempre piacevole). I bambini piccoli giocano sulla sabbia, le mamme si preoccupano per quelli più grandicelli che non vogliono uscire dall’acqua, gli adolescenti chiacchierano tra loro e gli anziani borbottano che ai loro tempi tutto era diverso. Come già detto il fatto che si sia nudi o no passa in secondo piano e ci si rende conto che poi non c’è così tanta differenza tra il portare o no qualche centimetro di tessuto sulla pelle.

Abbiamo conosciuto alcune persone simpatiche, italiani, belgi, francesi, con cui scambiare quattro chiacchiere sotto il sole e da cui apprendere qualche notizia in più su Cape d’Agde e la sua vita, per capire perché ci si fa qualche migliaio di km in macchina, moto o camper  per passare qui le vacanze. Alcuni di loro vengono qui da anni e hanno acquisito le loro piccole abitudini: lo stesso appartamento in affitto, lo stesso punto della spiaggia dove sistemarsi, lo stesso club dove andare la sera.

 

La sera invece, ci si veste in modo più o meno ammiccante per andare a cena in uno dei ristorantini disseminati lungo i vari edifici che compongono il villaggio e poi prendere un drink e socializzare un po’ prima di entrare in uno dei club privè che costituiscono l’altra faccia di Cape d’Agde, quella che attira scambisti, swingers o libertins come dir si voglia. Mi piace la parola francese “libertin”, molto più del nostro “scambista”. Dà più il senso dell’individualità della scelta di uno stile di vita, mentre da noi sembra che richiami più un baratto. Ed in effetti qui a Cape d’Agde non ci sono solo coppie (che pure rappresentano la stragrande maggioranza dei villeggianti), ma anche singoli e singole, magari gruppi di amici, che vengono qui per divertirsi anche sessualmente.

Ballare e spogliarsi sui banconi dei bar, sia che si abbia un fisico mozzafiato sia che si abbia qualche chilo in più, può essere una forma di esibizionismo o un atto liberatorio delle proprie inibizioni. Di sicuro l’effetto è molto più piacevole, goliardico e scanzonato di quello che succede in un night club. Dopotutto la magia di Cape d’Agde è proprio quella di dare una scusa sufficiente (sono lontano da casa, nessuno mi conosce, nessuno si scandalizza, etc) per poter essere, esprimere quello che si ha dentro.

Dev’essere questo il motivo che attira qui così tante persone. La voglia di potersi comportare liberamente (il che non significa “senza regole”!!) durante ogni minuto della giornata. Vuoi stare nudo mattina e sera? Puoi farlo. Vuoi vestirti con una tutina trasparente e andare in giro? Puoi farlo. Vuoi portare, come ho fatto io, la tua schiavetta nuda e al guinzaglio? Nessun problema.

Non ho visto nessuno avventarsi sulla prima donna che mostrava le tette. Gli approcci sono sempre molto educati e l’etichetta viene sempre rispettata. Un rifiuto è categorico e se le avances non sono gradite, è inutile insistere. Grazie e arrivederci.


Che bella cosa l’educazione. Anche senza mutande.